Mi piace molto, presentarmi come storyteller.

Il ‘racconta-storie’ è una figura dolce e accattivante che ci rammenta narrazioni fantastiche, fiabe e favole. Magari un vecchio davanti al camino oppure un grande saggio che condensa in piccole novelle un infinito mondo di virtù.

Lo storytelling ai giorni nostri è una tecnica di scrittura, un potente strumento di marketing, un efficace metodo di comunicazione, una straordinaria calamita.

Obiettivi pubblicitari, di personal branding, politici, commerciali?

Sono tutti casi in cui l’arte della parola serve a catturare l’attenzione.

Raccontare una storia per veicolare un messaggio, per dare un’anima a un prodotto, per coinvolgere chi la raccoglie.

Questo è lo scopo dello storytelling, la sua ispirazione, la sua energia.

Se ne parla come di una narrazione persuasiva. Le grandi aziende sanno da molto tempo quanto fa engaged.

In effetti spesso e volentieri chi costruisce lo storytelling di grandi brand non solo fa arrivare un prodotto o un servizio come soddisfazione di un bisogno o di un piacere esistente, insinua, suscita, stimola la necessità e il desiderio.

Come fa lo storyteller a colpire nel segno?

Scatena solo la sua creatività?

No, in realtà fa molto più di questo.

Vive, osserva, capta il polso della strada, annusa tra i sogni. Studia, analizza, riflette. Del resto un vero ‘creativo’ è uno che viaggia tra emozioni, sensazioni, visioni. Se ha il coraggio di rompere le righe è perché non le ama!

Spesso però sento affiorare qua e là la convinzione che sia un diktat dello storytelling uscire dagli schemi, osare, stupire, rivoluzionare. Il mestiere in verità è più difficile, più sottile, più intenso e più delicato insieme. Bisogna avere qualcosa da dire e qualcosa da dare. A questo possiamo mettere le ali.

L’unica certezza è che in un tempo bombardato da tutto, anche da storie, per fare la differenza -lo ripeto volentieri- bisogna essere davvero differenti.

Raccontare storie non significa ingannare…ma conquistare.

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