Assediata dai casi della vita, quando il dolore era troppo ingombrante per essere nascosto in un cassetto, cercava il bandolo.

Ci doveva essere. Ricordava che sua nonna lo trovava sempre, il bandolo della matassa.

Mentiva. Mentiva a se stessa. La vita non era di lana o di cotone. E talvolta il destino la voleva ingarbugliata e inspiegabile. Come i rovi nei quali ti addentri a caccia di frutti asprigni. Come i labirinti che una via d’uscita forse ce l’hanno ma prima ti fanno smarrire e smarrire e smarrire.

Mentiva e sapeva di mentire. Era il suo modo di sopravvivere, di maneggiare le cose che non volevano starsene quiete. Di far finta che poteva farcela, nel caos delle emozioni, a trovare un fragile filo sul quale improvvisare un equilibrio.

Solo la stanchezza a un certo punto le ha fatto temere si rompesse, quel caparbio tentativo che chiamava filo. Solo la stanchezza a un certo punto le ha fatto perdere il desiderio di fingere il vano elogio del bandolo.

Ma la matassa le si è attorcigliata addosso con così tanta violenza da farle lanciare un urlo. Un urlo di terrore, un urlo di rabbia, un urlo di disperazione. E ci voleva. Ci voleva quell’urlo per tornare a illudersi. Illudersi di avere il controllo, della voce, dei sentimenti, perfino delle possibilità.

Un urlo per ricordarsi che anche la più storta delle esistenze ci chiama ad esserci. Precari e sconvolti, ma presenti.

Continua a stare nella matassa. A ingannare i giorni e le pene fiutando un bandolo che non c’è. Talvolta le pare quasi di essere serena, con la sua speranza in tasca e un cuore trafitto che continua a celebrare allegrie. E quando le capita un momento più duro dei momenti duri cui è abituata, in silenzio urla.

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