Sono abituata agli occhi sorpresi, perplessi o ignari di chi mi chiede qual è la mia professione. La passo un po’ più liscia se mi dichiaro solo copywriter o social media manager.

Ma è così strano il mestiere di ghostwriter?

In realtà ho lavorato e lavoro per una quantità di committenti e autori, in settori molto diversi, in ambiti talmente vari, che dovrei sostenere che il servizio di ghostwriting è ormai ben compreso e richiestissimo. Eppure…eppure resta molto da chiarire, è del tutto evidente se penso a quanto mi tocchi spiegare e ribadire perfino alle persone a me più vicine.

Qual è il più consueto incarico di un ghostwriter? Quello di scrivere un libro. Un libro che io scrivo ma che è e resterà per sempre dell’autore che leggete in copertina.

A me corre l’obbligo e il piacere di interpretare spirito e stile del committente, di immergermi nello studio se serve, di fare ricerche ove necessarie, di cogliere e sviluppare la trama, di comporre l’opera e poi di sparire e tacere.

Non sono io ad arrivare in libreria, è l’autore dell’idea. Io sono il “famoso scribacchino” al suo soldo.

Ma in verità non scrivo solo libri. Un ghostwriter scrive quello che gli viene commissionato: magari un discorso per un personaggio pubblico, una relazione per un imprenditore o un manager, una lettera per conto di chicchessia.

Non siamo nell’epoca della sola carta. I pensieri e la comunicazione corrono tantissimo sul web. Pure chi scrive (o si fa scrivere) libri, ha bisogno di visibilità on line, deve interagire con il suo pubblico, sceglie di avere spazi dove raccontarsi sul web.

Ecco, un ghostwriter scrive anche tantissimi testi destinati a viaggiare in rete.

Ebbene sì, scrivo pure testi per siti, blog, pagine facebook, profili instagram, twitter, linkedIn.

Anzi, sempre più scrittori (tali sono quelli che approdano in libreria), sempre più artisti, sempre più aziende e personaggi pubblici, cercano qualcuno che scriva loro tutto.

Certo, avete capito bene. È una questione di uniformità di stile e linguaggio.

Il committente non ha tempo di farlo da sé o non ha le risorse per farlo in maniera adeguata, quindi incarica un ghostwriter o -se preferite- uno scrittore fantasma.

Un eccellente professionista, un grande capitano d’industria, un talentuoso artista, un portentoso ‘produttore’ di storie, non è detto sappia scrivere in modo altrettanto eccelso o abbia voglia di farlo. Il più delle volte peraltro è appunto indaffarato in ben altro.

A ciascuno il suo mestiere, no? Ecco, il mio è quello delle parole.

Tutto questo significa molte cose. Innanzi tutto sviluppare competenze. Già, anche le migliori qualità naturali (la sensibilità, l’intelligenza emotiva, il pensiero trasversale, la curiosità, …) vanno allenate. E poi ci sono quelle da acquisire o migliorare, come l’organizzazione, la gestione del tempo e molte altre. Non solo. Ci sono conoscenze che si affinano con gli approfondimenti e la pratica. Una, che amo, è proprio il personal branding. Strettamente connesso all’arte della comunicazione c’è proprio lo storytelling del personal branding.

Forse, per evitare gli occhi sorpresi, perplessi o ignari, potrei brillantemente cavarmela definendomi una professionista della comunicazione, una creativa delle elaborazioni testuali…ma in fondo, adesso che potrebbe esservi più chiaro perché trascorro più o meno tutti i giorni in compagnia di monitor, tastiera, penne, quaderni et similia, non pensate che anche per voi un ghostwriter potrebbe essere un asso nella manica?

 

Comunque, per chiarire ancora meglio, sapete perché è più facile definirmi ghostwriter anche quando in teoria svolgo un servizio di copy o di social media management?

Perché la maggioranza dei committenti preferisce che il mio nome non figuri e che -libri o luoghi virtuali che siano- risultino curati da loro. Io resto “l’autore segreto”.

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