Avrete tutti notato che nell’ultimo mese, tra il lockdown e le prime avvisaglie di allentamento, la pubblicità si è profilata con connotati netti:

  • la grande reclame delle meraviglie dell’e-commerce e di tutti i servizi online
  • il tono delle emozioni più calorose, avvolgenti e rasserenanti
  • la promozione del made in Italy

Lo storytelling è diventato avvincente, commovente, confortante. Fa leva sui sentimenti e gli stati d’animo, cerca di intercettare i desideri e le aspettative del post pandemia, si spinge a coinvolgere e abbracciare in funzione consolatoria o stimolante. L’utente e il consumatore diventano persone da coccolare, da sostenere, da rasserenare.

La comunicazione gioca in effetti un ruolo determinante, in questo momento storico così critico, difficile e confuso. Le aziende hanno bisogno di farsi sentire vicine ai loro clienti. Molto vicine. Devono invitare, tranquillizzare, persuadere.

Una pubblicità che non promette solo un prodotto strepitoso ma tocca corde umane più profonde. Non è una novità assoluta, sia chiaro. Sono anni che il marketing sa bene che non si acquistano cose ma sensazioni, esperienze, valori ma oggi più che mai sembra proprio che ogni azienda si sia trasformata in una chioccia che offre protezione e vita felice ai suoi pulcini.

Certamente non possiamo stupirci. Abbiamo bisogno di credere che #celafaremo. Ed è diffuso il pensiero che farcela significhi tornare a fare, avere e comprare…COME PRIMA. Ecco, la sfida della pubblicità è darci l’impressione che sia proprio così o addirittura meglio di così. Deve passare un messaggio di benessere possibile, innanzi tutto, e poi un’assunzione di responsabilità. Alle aziende compete infatti mostrare di occuparsi (direi possibilmente occuparsi davvero!) della clientela, del territorio, dei collaboratori, prestare attenzione alle istanze peculiari del contesto, farsi portatrici di valori umani.

Siamo a una svolta etica?

Se pensiamo a un pubblico in difficoltà, a un mondo che ha urgenza di cambiamenti e attenzioni, a un mercato esigente e complesso, a una cultura che vacilla, la svolta etica dovrebbe essere l’unica soluzione possibile e sostenibile. Il condizionale è d’obbligo perché proprio il collasso della liquidità può continuare a spingere su una logica di mero profitto. È comunque indubbio che la pubblicità dimostra una direzione già piuttosto delineata, no?

Del resto forse è ormai arcinoto che in ambito commerciale si faccia largo riferimento alla sentiment analysis. Conoscere il potenziale acquirente, studiarne le abitudini di consumo, le preferenze, le idee, è essenziale, per la fase di pianificazione delle operazioni di marketing. Dai social media, dai blog e da ogni altro canale online è necessario e facile estrarre e analizzare tutte le opinioni, le reazioni, i giudizi degli utenti. Cosa che aziende e pubblicitari hanno fatto molto bene. D’altra parte accade altrettanto su ogni versante, per la politica e per molti altri ambiti.

La comunicazione è un’arma potentissima: può terrorizzare, rincuorare, incoraggiare. Fare leva sulle emozioni è insomma esattamente vincente. Ciò non significa, diciamolo, sia sempre moralmente lodevole: può spingere a un comportamento o generare il successo di un bene insinuando una paura che potrebbe essere non del tutto giustificata, ad esempio.

Chi si occupa di storytelling come me ha percepito grandi variazioni?

Sicuramente sì. Abbiamo fiutato questi mesi per capire cosa c’era dentro ma soprattutto cosa ci portavano. Abbiamo studiato cosa svelasse ai nostri committenti (aziende, personaggi pubblici, professionisti, artisti) e come spettasse loro evolvere con la situazione e raccontarlo. Abbiamo elaborato un nuovo modo di restare connessi al pubblico e di sedurlo. Abbiamo capito sempre più che bisogna evidenziare le differenze, anche quando sono apparentemente “imperfezioni”. L’aspetto delle “imperfezioni” è interessante, molto interessante: svela la potenza delle fragilità, in un’epoca precaria che ha smesso di doversi sentire forte ad ogni costo… È una sorta di fattore X che il mio metodo RaccontaTi ha peraltro nel suo DNA!

Sicuramente è un argomento che svilupperò in un altro post.

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