Il covid 19 ha determinato il <distanziamento sociale>. Lo leggiamo in molte analisi come un riflesso necessario: stiamo a casa e manteniamo le distanze per proteggerci e proteggere. Le stesse analisi precisano che nessuna misura di sicurezza è temporanea, ci invitano anzi ad abituarci, ad acquisire una nuova mentalità di vita per il futuro.

Ma di quale vita e di quale futuro si parla?

Hanno davvero realizzato tutti cosa significa e cosa comporta il <distanziamento sociale>?

Alla faccia dell’umanità, della solidarietà, della condivisione, dell’unione, dell’aggregazione, il covid 19 ci racconta che dobbiamo alzare barricate.

Le persone e le relazioni si sono trasformate in PERICOLI.

Chi non resiste lontano dagli affetti, chi vuole abbracciare un amico, chi desidera la compagnia di esseri in carne ed ossa gomito a gomito, è un potenziale, temibile e deplorevole untore. Chi ha bisogno di presenze reali e chiede deroghe alla ferocia della lontananza e della solitudine è un egoista, uno scellerato, uno che non ha capito quanto è rischiosa la vicinanza.

Ecco che lo scenario si fa davvero apocalittico.

Meglio chiusi nel proprio guscio anche se nel guscio non ci sono la vita e il futuro che tutte le persone del mondo fino ad oggi hanno concepito o desiderato.

Potrà essere tutto virtuale. Partite di calcio a porte chiuse, nessun concerto con migliaia e migliaia di fan riuniti, digitalizzazione spinta a livelli stellari, guanti e mascherine come nuovi oggetti cult e servizi stravolti, rivisitati in base alle nuove esigenze. Riconversione alla grande, tra consegne a domicilio di ogni bene immaginabile, sensori indossabili che ci allertano ad ogni possibile passo umano che osi invadere il nostro spazio invalicabile, smart working in ambiente asettico, saluti in videochiamata.

Le cene tra amici? Un ricordo, per chi ha avuto il piacere di provarle.

Le riunioni familiari? Una iattura da evitare con tutte le forze.

La mano tesa a chi è in difficoltà senza avere il covid 19 e il soccorso a chi ha bisogno di interazione e sostegno morale? Al massimo online.

Offline è un territorio ostile, imprudente, infido. Come un campo minato.

E così altro che smisurato individualismo, possiamo festeggiare l’emarginazione come il new deal.

Torniamo insomma alla domanda iniziale: quale vita e quale futuro? Quelli che abbiamo scelto, quelli che ci hanno indotto a scegliere, quelli che sono piovuti come inevitabili da chissà quale galassia. Una vita e un futuro in cui appagare quasi tutto tranne i bisogni emotivi demodé.

Qualcuno non ne sentirà la mancanza, è vero. Gli basterà essere bombardato di nuovi stimoli, convincersi che si sta mettendo in salvo, godere di una virtualità portentosa e zeppa di effetti speciali. Qualcuno ne morirà. Qualcuno sopravviverà con un nodo fisso a stringergli la gola.

 

Crescono i poveri? Certo che crescono.

I poveri di tasca e i poveri di spirito. Anche chi avrà un tetto sulla testa e un piatto a tavola potrà essere povero. Povero di contatti, povero di risate, povero di sensibilità, povero di abbracci, povero di sentimenti.

Chi come me scrive libri e comunicazione online ora più che mai si pone il problema di fiutare l’aria, di intuire il cambiamento, di aprirsi a nuove prospettive, di cogliere un’intuizione, di cercare l’innovazione, di intravedere opportunità, di rinnovare il bagaglio di argomenti e metodi. Ma, ora più che mai, avverte che ci vogliono consapevolezza e coraggio. Se non vogliamo che la vita e il futuro significhino diventare robot, occorre unire alle idee “geniali” l’umanità che è possibile conservare. Contro ogni spinta contraria.

Perché arriverà un giorno in cui l’umanità sarà l’unica autentica risorsa che farà la differenza, l’unica autentica risorsa per sciogliere il nodo alla gola.

 

Pensiamoci. Di chi ci rimane davvero memoria? A ognuno di noi resta in memoria chi c’è stato, quando eravamo addolorati e tristi, quando volevamo esplodere di allegria, quando avevamo qualcosa da dire e il bisogno di essere ascoltati.

Non ci serviva fosse in rete, doveva esserci accanto.

Se non possiamo garantirci questo non avremo futuro che abbia senso e valore.

Sopravvivere infatti di per sé significa nulla. L’unica ragione per cui siamo nati è vivere. Non ammalarsi di covid 19 non si traduce automaticamente in vita. Vita è respirare insieme, vita è sognare, sperare, costruire. Senza questa vita l’animale sociale che è in noi muore. Di una brutta, bruttissima agonia.

Alla faccia del flusso di informazioni, dell’universo a portata di click, del fiume in piena

di filosofie affascinanti, il pericolo non siamo noi, è perderci!

 

Vogliamo davvero consegnarci a un’esistenza fatta di emoticon su una piazza che riproduce quella che ci neghiamo? Vogliamo davvero consegnarci a un’esistenza dove a quattr’occhi non incontreremo più?

Quale potrebbe essere l’economia sostenibile del <distanziamento sociale>? Solo un’economia di denari o anche un’economia di reale benessere psicologico?

Io vorrei non farmi sfuggire l’unico tempo sicuro e fruibile: il presente.

 

  • Rispondi

    Vantini osvaldo

    15 04 2020

    Sentimento sia amore oppure odio ma viverlo!

    • Rispondi

      Irene Spagnuolo

      16 04 2020

      Concordo, Osvaldo. Non facciamoceli portare via (i sentimenti!)…

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