25

Mar 2020

Lo SMART WORKING

Sullo smart working è urgente chiarirsi le idee.

Oggi impazza perché in tempi di emergenza tutti si improvvisano a fare di necessità virtù.

Si tessono finalmente le lodi, dello smart working. Perché non tutto e tutti si possono fermare. Perché Aziende e Pubblica Amministrazione scoprono che conta il lavoro e non il luogo fisico in cui è svolto. Perché quando si è costretti a rimettere in pista l’intelligenza e la responsabilità, diventa evidente che i servizi si possono egregiamente rendere con i potenti mezzi tecnologici e organizzandosi con coscienziosa e solerte autonomia.

Evviva. I risultati prendono il sopravvento sulle logiche del cartellino, del posto, dell’illusione di controllo. La produttività e soprattutto l’efficacia del lavoro sono affidati a una libertà seria, evoluta, consapevole.

Ricordo i tempi in cui per moltissime ricerche di social media management, blogger, copywriter, le Aziende -piccole, medie e grandi- chiedevano la presenza presso le loro sedi. Volevano un “dipendente” e non un “professionista”.

Non sapevo se ridere o piangere.

Quei tempi non sono distanti anni luce, accadeva ancora due o tre mesi fa, in periodo pre Covid-19. Erano richieste anacronistiche, per essere gentili.

Cosa faceva credere ai recruiter, ai responsabili delle risorse umane, ai selezionatori, agli imprenditori e via dicendo, che per gestire la loro comunicazione ci volesse un soldatino inquadrato a tempo fisso, inchiodato allo spazio, del tutto dedito a dimostrare loro che svolgeva i suoi compiti ogni giorno dalle ore x alle ore y?

Non lo so. Non l’ho mai capito.

Temo fosse un’arretratezza culturale quasi ingiustificabile, o almeno preoccupante, che non teneva in alcun conto proprio del bene più prezioso cui avrebbero dovuto badare: il mitico risultato.

Un risultato certamente favorito, dicono psicologi e filosofi della sfera motivazionale, da lavoratori trattati come persone, valutati per competenze e impegno, ritenuti tanto più capaci di gestire le proprie prestazioni, i propri doveri, la propria creatività, la propria proattività quanto più lasciati all’agio di una possibile indipendenza e di una qualità di vita più serena.

Si sprecano gli studi di work life balance e welfare aziendale. Eppure la resistenza al cambiamento e alle scelte illuminate e coraggiose, foriere peraltro di rinnovata efficienza e innovazione, stentano (o stentavano?) a decollare.

Ci voleva un attentato alla salute, all’economia, al costume, per dare una scrollata al sistema. Oggi lo smart working è agitato come una bandiera di forza, di progresso, di salvezza. In clamoroso ritardo.

Ma pazienza. Possiamo anche farcene una ragione, del ritardo. Il dubbio resta sul domani. Quel domani che speriamo depurato dal virus. Mi chiedo in sostanza se lo smart working tornerà nel cassetto o si sarà nel frattempo affermato come vera strategia di approccio non soltanto di flessibilità ma di responsabilità, energia, incisività, utilità e sicurezza!

Io a produrre risultati, a organizzare bene il tempo, ad affrontare le sfide, a tirar fuori il problem solving, a rispondere agli obiettivi, a ispirarmi a criteri di ferrea professionalità, sono felicemente abituata. Non solo mi corre l’obbligo di lavorare bene, voglio lavorare bene perché da ciò derivano i miei incarichi, la mia soddisfazione, i miei stimoli. Chi sì è “adattato” o ha accolto con favore lo smart working solo per starsene a casa lontano dai temibili possibili contagi, potrà maturare la stessa felice abitudine? E i datori di lavoro li rivorranno tutti in azienda o li terranno beati nel loro smart working?

Urge chiarezza perché la rivoluzione digitale deve incontrare tanto un balzo in avanti della mentalità e delle concezioni di vita e lavoro quanto le svolte di ricostruzione imposte da una crisi che ci morde il fianco.

Aziende e P.A. peraltro faranno sempre più i conti con i costi.

Credo non saranno più tanto persuasi della convenienza di persone cui è dovuto uno stipendio rispetto a persone che si guadagnano un compenso. Le valutazioni costi/benefici subiranno analisi più attente, molto più attente. E chissà che, meraviglia delle meraviglie, non si arrivi addirittura a decidere che un ruolo e un lavoro vogliono la persona giusta e non la persona disposta ad accomodarsi e inquadrarsi “in sede”.

Lode all’intraprendenza, alla correttezza, allo spirito di reale servizio, al senso di dignità personale. Magari lo smart working fosse preso come un’occasione per riflettere sulle responsabilità di tutti!

Provo a sperarci.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *