Per nostra somma fortuna, I LIBRI SONO IMMORTALI.

Non è morto, Luis Sepúlveda. È da qualche parte a riposare, come ogni guerriero dopo tante battaglie, come ogni narratore dopo l’ultima fatica.

Credo di aver letto tutti i suoi libri, credo di averne amato ogni storia.

Con quel talento della leggerezza e della malinconia così profonde da sviscerare tutto, proprio tutto, Sepúlveda ha raccontato, denunciato, riflettuto, abbracciato. Le sue pagine mi hanno fatto compagnia per anni, mi hanno fatto piangere e sorridere, mi hanno regalato grandi emozioni.

Quando un passaggio gli piaceva particolarmente lo ripeteva molte volte, tutte quelle che considerava necessarie per scoprire quanto poteva essere bello anche il linguaggio umano.

(Il vecchio che leggeva romanzi d’amore)

Potrò rileggere mille volte i passaggi che mi sono piaciuti particolarmente oppure tenerli nel cuore così come li ricordo: in ogni caso il suo linguaggio umano resterà per sempre in me e con me.

Era un gigante. Per questo poteva permettersi quel “genere fantastico” di immenso spessore emotivo: Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza, Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico, Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà, Storia di una balena bianca raccontata da se stessa, sono letture senza tempo.

Del resto poteva scrivere “Diario di un killer sentimentale”, “Le rose di Atacama” e molto altro, con la stessa caparbia intensità.

Il dolore si mescolava ai sogni e continuerà a farlo, in chi ha colto la splendida umanità di Sepúlveda e continuerà a sentirlo accanto, presente come i libri che nessun virus può seppellire.

La tristezza lascia il posto a questa certezza. E non è una certezza da inguaribile sentimentale patita di belle letture, è l’unica cui aggrapparsi realmente. Con lo stesso spirito culturale e sociale di Luis Sepúlveda.

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