29

Mag 2020

Sono brutta

«Sono brutta». Se l’era ripetuta un’infinità di volte. Del resto le sembrava un dato oggettivo, un’osservazione franca della realtà.

Mai e poi mai avrebbe creduto possibile ammorbidire quel giudizio. Il problema era convivere, con quell’idea di bruttezza.

Insomma tollerava poco la sua bruttezza, le pesava addosso come un limite.

Un abito scomodo e stretto, ripeteva a se stessa avvilita e infastidita.

Così montava il disagio. Subdolo come quei tratti che allo specchio parevano il cattivo auspicio di una vita in salita.

Ecco, la bellezza per lei era una discesa, facilitava tutto.

Accidenti, essere brutta rendeva tutto faticoso! La rabbia le faceva serrare i denti, la tristezza le spegneva il sorriso.

Essere brutta era una condizione irreversibile, diceva. Inutile darsi da fare, non c’era margine di miglioramento. La ingoiava come un rospo o, per meglio dire, come un veleno, di quelli che goccia dopo goccia uccidono.

Fino a quel giorno. Quel maledetto giorno diventato benedetto.

Lui faceva il make up artist e aveva scelto lei per una dimostrazione di trucco. Che smacco. Sicuramente voleva far vedere che può uscire sangue pure da una rapa! Insomma, con le sue abilità sarebbe riuscito a rendere guardabile pure la sua bruttezza. Amaramente aveva dovuto accettare, ricacciando indietro le lacrime di stizza e di malessere.

«Perché non valorizzi questi occhi scuri e profondi?»

Lei l’aveva guardato di sbieco, come se volesse fulminarlo. Pensava di prenderla in giro?

«Il disegno a cuore delle tue labbra sembra un’opera d’arte però devo dirti che la cosa più singolare del tuo viso sono queste fossette bizzarramente fuori posto: un’imperfezione perfetta per il tuo charme

Era sul punto di mordere quella mano che agitava pennelli quando si accorse di non averne neanche la forza. Troppo umiliata e avvilita, per reagire.

Le esclamazioni dei presenti alla fine del lavoro di maquillage le fecero però uno strano, gradevole solletico.

«Bella!» Non le era mai capitato di sentirsi rivolgere quella parola magica.

«Ho giocato solo ad evidenziare i suoi dettagli unici. Non mi piace l’idea di correggere e nascondere, preferisco esaltare la verità» così spiegava il maestro, tra i complimenti generali.

Una piccola scossa elettrica le fece sobbalzare il cuore. Aveva amplificato la sua bruttezza o davvero c’era qualcosa in lei che valesse la pena sottolineare?

Non si riconosceva, negli sguardi di chi la fissava con ammirazione. Eppure si era fatta largo la voglia di vedersi…

Ma davvero era la sua quell’immagine riflessa?

Brutta ma luminosa.

«Se continui a vederti brutta dipende solo da te. È una decisione. Io potevo solo portarti al bivio, scegli tu che strada prendere».

«Vuoi dire che dovrei truccarmi per mostrarmi meno brutta? Vuoi dire che trovandomi più luminosa potrei sentirmi meglio?»

«No, voglio dirti che puoi scegliere di essere bella e luminosa. Il trucco è solo un’attenzione che ti riconosci».

Ma lui era davvero un make up artist? Lei quel giorno diventato benedetto una risposta se l’era data, ridendo di gusto di sé e di quella sciocca zavorra di cui si era liberata.

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