Come ho conosciuto l’opera fotografica di Fabrizio Gatta?

Ho iniziato a vedere i suoi scatti sui social grazie alla giovanissima e bellissima modella Alice Fanti.

Innegabile che Alice catturi l’attenzione ma l’obiettivo artistico di Gatta fa generosamente la sua parte.

Facile parlare di EMOZIONI quando le immagini arrivano sfacciatamente raffinate e deliziosamente provocanti. Ma passerebbero veloci come tutto quello sul quale i nostri occhi si posano scorrendo il mare magnum degli input della rete…E invece sulla produzione fotografica “I was…” ti soffermi. Ti soffermi perché sono foto che squarciano l’aria della pandemia.

Mescolano tristezza e speranza, vagano tra le pieghe del tempo, accarezzano con eleganza e insieme scuotono con vigore. Sembrano scattate su un set cinematografico dove tutto è pronto per rendere effetti speciali. In realtà Fabrizio Gatta sceglie vecchi luoghi, scorci abbandonati, location storiche e artistiche, atmosfere sospese.

Cerca e vuole che il suo lavoro abbia un taglio sociale. Gioca sui contrasti, esalta le differenze, spinge l’acceleratore sulle ferite e insieme ci mostra lo spiraglio per medicarle. Ti fa interrogare su ogni posto, su quale vita avesse o potrebbe avere. Alice Fanti, come le altre modelle, sono protagoniste e nello stesso momento plastiche parti della scena. Come se interpretassero il contesto, come se potessero dargli nuovi connotati.

Sono FOTOGRAFIE FORTI, verrebbe da dire se non fosse intuitivo capire che non basta un aggettivo abusato per tradurre l’idea. L’impatto infatti non è smaccatamente estremo, conserva invece un tratto sentimentale avvolgente.

La malinconia, la sensualità, la fantasia. Ecco, tutto questo diventa IMPRONTA D’AUTORE. Come un marchio. Qualcosa che però, pur appartenendo a Gatta, si mette al servizio…al servizio di spazi da raccontare, spazi che hanno un’anima, spazi che meritano attenzione.

In questo momento così difficile, così incerto, a tratti così spaesante, l’IDENTITA’ UMANA dei luoghi, delle scelte, dei pensieri, è una pulsione quasi dolorosa. Rischiamo di perdere, di perderci, di lasciare indietro pezzi di noi e del mondo che ci circonda.

Una landa sperduta, un caseggiato fatiscente, un capannone in disuso, sono l’incuria che non dovremmo più avere. La pandemia, invece, pare ridurci ancora di più a brandelli. Fuori e dentro.

In questa inquietudine, tra disagio e fiducia, forse il messaggio di Fabrizio Gatta è un grido da cogliere.

Che poi Alice Fanti, nella sua verdissima età, abbia dato lustro a una parte della grande produzione fotografica di Gatta è un altro elemento speciale. Lo è per la sua bravura ma lo è anche perché ci inchioda alla visione potente di quella lacerazione che è il 2020… Cosa ne sarà di noi? Come sentiamo il futuro? E, soprattutto, lo subiremo o lo scriveremo?

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